“Complicato” è il nome che dà alla complessità chi non la capisce
“Complicato” è il nome che dà alla complessità chi non la capisce
Nella nostra società è come se ci fosse un modo “giusto” di affrontare un compito: quello lineare, rapido, logico. Per molte persone gifted, ADHD e autistiche, invece, il processo è diverso: non procede per semplificazione, non riduce il campo, ha bisogno di variabili diverse per valutare l’azione, spesso ha bisogno di maggiore complessità. Chi vive dall’interno la complessità non la percepisce come caos, ma come densità di segnali, profondità di analisi, iperconnessione tra livelli. Chi la osserva dall’esterno, invece, vede solo complicazione. Perché non ha accesso alla logica interna di quel sistema. Questa dinamica è centrale nei funzionamenti neurocomplessi.L’architettura della neurocomplessità
Quando autismo, ADHD e giftedness coesistono, non si sommano: si trasformano a vicenda. L’autismo porta coerenza interna, profondità, pattern. L’ADHD porta dinamismo, esplorazione, movimento cognitivo. La giftedness porta astrazione, velocità, metacognizione. Chi lo vive dall’interno sente:- chiarezza nelle intuizioni
- connessioni immediate
- pensiero tridimensionale
- iperconsapevolezza dei contesti
- disorganizzazione
- eccesso
- intensità ingestibile
- “complicazione”
La complessità come linguaggio
Per chi ha un funzionamento neurocomplesso, la complessità non è un ostacolo: è la casa. Non è “pensare troppo”, ma pensare in profondità. Non è “fare mille collegamenti”, ma vedere ciò che c’è. Non è “complicarsi la vita”, ma percepire un mondo ricco di variabili. La complessità è un linguaggio, non un problema da correggere.Dott.ssa Elena Borrini Psicologa Psicoterapeuta
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