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Dentro la mente autistica: pensare, sentire, proceduralizzare

Dentro la mente autistica: pensare, sentire, proceduralizzare

Dire a una persona autistica “buttati, non pensarci su, fai e basta!” significa metterla in grossa difficoltà il più delle volte.

Scopriamo perché…

Comportamenti intenzionali e automatici

Se le persone neurotipiche agiscono e vivono sostenute da processi impliciti e senza alcuna gestione consapevole, per una persona autistica, vivere la quotidianità può richiedere una costante orchestrazione intenzionale: guidare, fare le pulizie, vestirsi, cucinare, sorridere quando si incontra qualcuno, capire quando parlare, modulare la voce, sedersi in modo socialmente leggibile, ricordarsi di mangiare, filtrare i rumori. Ogni gesto è un atto deliberato, ogni interazione è un processo da costruire, ogni segmento della giornata è un compito da monitorare.

La proceduralizzazione

Mentre nelle persone neurotipiche nelle azioni quotidiane si ha un passaggio piuttosto fluido da comportamento volontario comportamento automatico, nelle persone autistiche il livello di attenzione e controllo intenzionale rimane spesso attivo. Negli studi cognitivi sull’autismo emerge che la transizione da strategia esplicita ad automatismo è più lenta, meno stabile, meno spontanea. Questo fenomeno si spiega con il fatto che la cosiddetta proceduralizzazione, ovvero il processo per cui un compito passa da “consapevole e controllato” ad “automatico”, è meno presente come strategia di supporto all’apprendimento nelle persone autistiche. Questo spiega perché molte persone autistiche spesso:
  • devono pensare a come iniziare un’azione ogni volta;
  • non riescono a “fare senza pensare”;
  • hanno bisogno di sequenze, regole, ancoraggi per rendere fluidi apprendimenti e comportamenti.

Pensare e sentire

Un aspetto spesso trascurato riguarda il rapporto tra pensiero e sentire nelle persone autistiche. Se per molte persone neurotipiche l’esperienza emotiva e interocettiva è una guida immediata e affidabile, per molte persone autistiche il “sentire” può risultare meno chiaro, meno stabile, meno interpretabile. Di conseguenza, il pensiero diventa la piattaforma primaria su cui appoggiarsi per decidere, orientarsi, interpretare, agire. Il pensiero diventa il processo prioritario poiché:
  • Il sentire corporeo può essere sfumato, tardivo o ambiguo (fame, stanchezza, sovraccarico, disagio sociale non sempre emergono come segnali immediati)
  • Le emozioni possono essere intense ma difficili da riconoscere, descrivere, comunicare
  • La lettura degli stati interni richiede spesso uno sforzo cognitivo (non arriva in automatico)
  • L’ambiente sociale è imprevedibile mentre affidarsi al pensiero offre struttura, prevedibilità, controllo.
Il pensiero quindi diventa un vero e proprio ancoraggio. Da fuori, questa centralità del pensiero viene spesso interpretata come “cervellotica”, “troppo analitica”, “troppo mentale”. In realtà, ciò che viene letto come eccesso è spesso una compensazione.
Dott.ssa Elena Borrini Psicologa Psicoterapeuta

(immagine di copertina generata con Copilot)

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