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Distinguere questi due linguaggi potrebbe salvarti la vita

Distinguere questi due linguaggi potrebbe salvarti la vita

Sai riconoscere il linguaggio dell’amore da quello della violenza? Se la risposta è no, non sei al sicuro. Con questo articolo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, vorrei portare l’attenzione su un pericolo subdolo: siamo abituati ad associare all’amore un linguaggio che in realtà non ha a che fare con l’amore. Come si possono fermare i femminicidi se gli uomini e le donne non sanno distinguere le parole di violenza da quelle d’amore?  L’amore autentico usa parole che aprono, che riconoscono l’altro come soggetto, che rispettano distanza, tempo, scelta. La violenza usa parole che chiudono, che trasformano l’altro in oggetto, che cancellano distanza, tempo, scelta. La confusione nasce perché il romanticismo popolare (quello delle canzoni, dei film, dei romanzi) ha normalizzato la violazione dei confini, trasformandola in gesto passionale.

Frasi che sembrano amore ma sono controllo

  • “Sei mia”: nel linguaggio dell’amore è impossibile: l’amore non possiede. Nel linguaggio della violenza è un marchio di proprietà.
  • “Senza di te non vivo”: nel linguaggio dell’amore è una metafora immatura; nel linguaggio della violenza è una minaccia di dipendenza totale.
  • “Se non mi rispondi vengo sotto casa”: potrebbe sembrare un gesto passionale da fiction, ma nel linguaggio della violenza è stalking
  • “Ti penso sempre, non riesco a fermarmi”: nel linguaggio dell’amore sembra intensità, ma in realtà è ossessione.

Il punto non è demonizzare l’intensità emotiva, ma riconoscere quando l’intensità diventa invasione.

Il punto non è demonizzare l’intensità emotiva, ma riconoscere quando l’intensità diventa invasione.

Come il romanticismo ha normalizzato la violenza

  • La narrativa dell’amore-sofferenza: l’idea che più soffri, più ami.
  • L’eroe insistente: lui che non accetta un no, che “lotta per lei”, che “non molla”.
  • La donna come premio: non soggetto, ma ricompensa per la perseveranza maschile.
  • La gelosia come prova d’amore: un intero immaginario che confonde controllo e cura.
Questi elementi hanno costruito un’estetica della violazione che oggi riconosciamo nelle cronache di femminicidio: le stesse parole, gli stessi gesti, ma senza la colonna sonora romantica a renderli accettabili.

La musica come veicolo del linguaggio della violenza

La musica pop, trap, cantautorale, melodica: ogni genere ha esempi in cui la retorica del possesso viene presentata come passione, il controllo viene normalizzato (“ti voglio tutta per me”, “non guardare nessuno”), l’insistenza viene glorificata (“tornerò finché non mi ami”, “non mi arrendo”), l’amore e la morte vengono fuse insieme (“morirei per te”, “senza di te non sono niente”). Il punto è che il linguaggio della violenza non nasce nella violenza: nasce nella cultura che la precede.

Per il linguaggio d’amore sei un soggetto, per il linguaggio di violenza sei un oggetto

Amore: riconosco che tu esisti separata da me. Violenza: nego la tua separazione (“noi siamo una cosa sola”). Da qui discende tutto:
  • L’amore chiede, la violenza pretende.
  • L’amore ascolta, la violenza interpreta.
  • L’amore accetta il limite, la violenza lo vive come offesa.

Un nuovo alfabetismo emotivo

Distinguendo il linguaggio d’amore da quello di violenza possiamo imparare a riconoscere le parole che aprono e quelle che chiudono, smontare l’idea che l’amore sia perdita di sé, restituire dignità alla reciprocità, al consenso, alla distanza, e ritrovare il senso dell’amore, sinonimo di libertà e fiducia.

Dott.ssa Elena Borrini Psicologa Psicoterapeuta

(immagine di copertina generata con Canva)

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