Gli effetti della psicoterapia classica sulle persone neuroatipiche
Gli effetti della psicoterapia classica sulle persone neuroatipiche
Quando il terapeuta non riconosce ADHD e Autismo di livello 1 (soprattutto se associati a intelligenza alta), può interpretare come disturbi di personalità caratteristiche che in realtà dipendono da un diverso modo di processare il mondo. Se il terapeuta applica modelli pensati per funzionamenti neurotipici a persone che in realtà sono neuroatipiche, la terapia può avere effetti deleteri: vediamo quali conseguenze può avere una terapia non adattata alle neuroatipicità.1. Il funzionamento patologizzato
Non si tratta solo di attribuire diagnosi sbagliate, ma spesso anche di narrazioni colpevolizzanti che attribuiscono intenzioni o mancanze a persone che semplicemente non hanno lo stesso funzionamento di quelle neurotipiche. Così spesso i comportamenti sono implicitamente o esplicitamente inquadrati come sbagliati, disfunzionali e da modificare per poter stare bene.- l’evitamento di situazioni stressanti (autismo) può sembrare resistenza al cambiamento
- l’emotività disregolata (ADHD e autismo) può sembrare immaturità affettiva
- la mente iperanalitica e monotropica (autismo) può sembrare patologicamente ossessiva
- il bisogno di ragionare sui sentimenti (ADHD e autismo) come tentativo di razionalizzazione per evitare di affrontare in modo diretto le emozioni
- il bisogno di precisione e prevedibilità (autismo) può sembrare prepotenza o intenzione di controllare la vita delle altre persone
- gli interessi ristretti e assorbenti (autismo) possono sembrare egoismo (e il motivo per cui la persona non socializza abbastanza)
- le difficoltà esecutive (ADHD e autismo) possono sembrare mancanza di volontà
- la necessità di routine (autismo) può sembrare rigidità
2. L’esperienza personale invalidata
La persona neuroatipica potrebbe portare in terapia un’esperienza del mondo profondamente diversa da quella del terapeuta, e se il professionista non ha strumenti per riconoscerla, potrebbe tentare di correggerla (ristrutturarla), generando nel paziente:- sfiducia nelle proprie percezioni
- dipendenza dal giudizio del terapeuta
- confusione identitaria
- interiorizzazione dell’idea di essere “sbagliati”
3. L’aumento dell’adattamento all’ambiente scambiato per benessere
Una persona neuroatipica probabilmente arriva in terapia dopo aver tentato di adattare se stessa al mondo e lo sforzo profuso è stato eccessivo rispetto ai vantaggi, generando ansia, panico, stress, senso di fallimento. Una terapia classica potrebbe avere come obiettivo aumentare l’adattamento all’ambiente: ad esempio se una persona non riesce a sopportare i rumori forti, la terapia potrebbe proporre situazioni progressivamente più rumorose per indurre un maggiore adattamento, aumentando la finestra di tolleranza. Un terapeuta formato su Autismo e ADHD invece suggerirebbe l’utilizzo di cuffie, tappi o auricolari per la riduzione del rumore. Questo non è un adattamento, ma un accomodamento: si tratta di mettere la persona neuroatipica nelle condizioni di poter fare quello che desidera fare, senza modificare se stessa ma utilizzando supporti per creare maggiore comfort e diminuire il disagio.4. Il funzionamento interno “neurotipicizzato” con la psicoeducazione
Un terapeuta non formato sulle neuroatipicità potrebbe pensare che una persona neuroatipica possa andare verso il benessere imparando a funzionare in modo più neurotipico (spoiler: in realtà è vero il contrario!). La psicoeducazione ad esempio è molto utile per favorire degli apprendimenti su se stessi, ma bisogna ricordare che una persona neuroatipica potrebbe sentirsi estremamente confusa e frustrata se le venisse chiesto di non processare mentalmente la propria esperienza emotiva e di sentire semplicemente le proprie emozioni (cosa tendenzialmente più facile per le persone neurotipiche). Inoltre molte persone neuroatipiche possono essere alessitimiche (difficoltà nel nominare e riconoscere le emozioni), afantasiche (difficoltà nel generare immagini mentali delle cose), avere una percezione tutto/niente delle emozioni e delle sensazioni corporee (passare dal non avere fame al morire di fame, passare dalla serenità all’ira funesta in un nanosecondo): è fondamentale mappare questi aspetti di funzionamento per capire come effettuare la psicoeducazione, tenendo sempre a mente che l’obiettivo non è “neurotipicizzare” la persona neuroatipica, ma aiutarla a conoscere meglio se stessa nel totale rispetto delle sue caratteristiche.5. Il pensiero troppo semplificato
Le persone neuroatipiche spesso hanno pensieri non lineari e complessi che a uno sguardo esterno e neurotipico possono sembrare contorti, e meccanismi di difesa che possono sembrare incomprensibili. Quando il terapeuta forza la persona a “semplificarsi” la persona impara a mascherarsi anche in terapia e il terapeuta perde accesso al vero funzionamento del paziente.Verso una psicoterapia realmente adattata
Una psicoterapia rispettosa delle neuroatipicità non è una psicoterapia “speciale”: è una psicoterapia competente. Richiede:- conoscenza dei diversi funzionamenti
- flessibilità metodologica
- capacità di co-costruire strategie
- attenzione alle differenze sensoriali, cognitive, emotive
- rifiuto della normalizzazione come obiettivo
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