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La punta dell’iceberg

La punta dell’iceberg

Quando la psichiatria ignora ciò che non sa riconoscere

Ci sono momenti in cui la distanza tra psicologia clinica e psichiatria non è solo una differenza di approccio: è una frattura epistemica. Una frattura che diventa dolorosa quando riguarda diagnosi complesse come autismo e ADHD, soprattutto nelle persone ad alto potenziale cognitivo. Perché la verità è che troppi psichiatri continuano a convalidare solo la punta dell’iceberg, ignorando tutto ciò che non rientra nei loro strumenti di osservazione. E non perché siano in malafede, ma perché non sono stati formati a vedere ciò che non si manifesta in modo eclatante. Quando uno psichiatra liquida una diagnosi psicologica come “moda”, “sovradiagnosi” o “interpretazione soggettiva”, non sta facendo un atto di rigore scientifico, ma un atto di cecità metodologica. Gli psicologi clinici, quelli che studiano, osservano, integrano, contestualizzano, non si basano su impressioni. Non inseguono trend. Non diagnosticano perché “va di moda”. Raccolgono dati. Osservano pattern. Analizzano funzionamenti. Studiano sfumature che non emergono in un colloquio di venti minuti. E soprattutto: vedono la persona nella sua interezza, non solo nei sintomi che “saltano all’occhio”.

La ricerca recente sull’ADHD: sottodiagnosi, non sovradiagnosi.

Contrariamente a quanto spesso si pensa, studi recenti hanno dimostrato che l’ADHD è ancora sottodiagnosticata e non sovradiagnosticata. Le paure di una diagnosi eccessiva derivano da una percezione errata e da una mancata comprensione della complessità del disturbo, soprattutto negli adulti e nelle persone con profili meno evidenti. Una ricerca pubblicata nel 2025 sull’American Psychiatric Association Journal “Psychiatric Research and Clinical Practice” ha evidenziato come, nonostante un aumento delle diagnosi in alcuni gruppi, l’ADHD rimanga sottodiagnosticata in molte fasce della popolazione, soprattutto negli adulti. Lo studio ha mostrato che la diagnosi è spesso ritardata o mancata a causa di criteri diagnostici troppo rigidi e di una scarsa consapevolezza clinica delle manifestazioni meno evidenti del disturbo.

In superficie

Molti psichiatri continuano a credere che la diagnosi sia ciò che appare in superficie:
  • il comportamento osservabile
  • la compromissione evidente
  • la difficoltà che “si nota”
Ma l’autismo ad alto funzionamento e l’ADHD nelle persone plusdotate spesso non si notano: si comprendono attraverso un mosaico di microindizi che richiede competenze specifiche. Gli psicologi esperti in neurodivergenza hanno sviluppato negli anni una sensibilità clinica che non si improvvisa. Hanno imparato a distinguere:
  • mascheramenti sottili
  • compensazioni cognitive
  • profili complessi e atipici
  • discrepanze tra potenziale e funzionamento
  • segnali che prendono significato solo se connessi tra loro
Queste competenze sono essenziali per non sbagliare diagnosi e per non invalidare l’esperienza di quelle persone che hanno già passato una vita a sentirsi dire che “non hanno niente” anche se soffrono da sempre.

La parte sommersa dell’iceberg

Molti psichiatri continuano a diagnosticare solo quelle persone che manifestano le caratteristiche tipiche di ADHD e autismo, quelle persone che appaiono come se le aspettano (cliché diagnostici). Il problema è che tutte le altre persone, quelle meno “tipiche” rimangono non riconosciute e abbandonate. Per dare un vero sostegno ai pazienti, serve che la psichiatria riconosca che non tutto ciò che è reale è immediatamente visibile. Serve che ascolti chi ha strumenti diversi. Serve che impari a vedere ciò che oggi non vede.

Dott.ssa Elena Borrini Psicologa Psicoterapeuta

(immagine di copertina generata con Copilot)

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