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La teoria della doppia empatia

La teoria della doppia empatia

“Le persone autistiche sono incapaci di essere empatiche!” Per la Giornata Internazionale della Consapevolezza sull’Autismo, sfatiamo un pregiudizio molto comune ed estremamente crudele che riguarda le persone autistiche: la “teoria della doppia empatia” ribalta il paradigma del deficit e afferma che l’incomprensione tra persone autistiche e neurotipiche è reciproca e nasce da stili diversi di percepire e comunicare.

Cos’è l’empatia?

Quella che abitualmente chiamiamo “empatia” non è, in realtà, un meccanismo unitario: comprende varie competenze, come la capacità di percepire emozioni altrui, quella di comprenderne le intenzioni e e quella di rispondere in modo adeguato (sintonizzazione). Si articola in componenti affettive (sentire con l’altro) e cognitive (capire la prospettiva dell’altro). Vi sono inoltre numerosi fattori (cultura, educazione, abitudini, esperienze, stili comunicativi…) che modulano profondamente come l’empatia si esprime in una persona.

La teoria della doppia empatia: origine e significato

Proposta da Damian Milton e sviluppata in dialogo con comunità autistiche, la teoria della doppia empatia sostiene che le difficoltà nelle interazioni tra persone autistiche e neurotipiche derivino da un mismatch reciproco: entrambe le parti possono faticare a comprendere l’altra (e non è la persona autistica a “mancare” di empatia).

Differenze tra empatia neurotipica e empatia autistica

Le persone autistiche spesso elaborano segnali sociali, espressioni facciali e contesti pragmatici in modo diverso. In molti studi le interazioni tra persone autistiche risultano più fluide e reciprocamente comprensibili rispetto agli scambi misti, suggerendo che la compatibilità di stile è cruciale per la qualità relazionale.
  • Canali sensoriali e priorità: molte persone autistiche danno priorità a informazioni sensoriali diverse (suoni, stimoli tattili, dettagli visivi) rispetto a chi è neurotipico; questo cambia cosa viene notato e cosa viene considerato rilevante in una conversazione.
  • Segnali non verbali e pragmatica della comunicazione: espressioni facciali, prosodia e gestualità possono essere interpretate in modo diverso; ciò che per un neurotipico è un segnale chiaro può risultare ambiguo per una persona autistica e viceversa.
  • Ritmo e reciprocità: il timing delle risposte, la tolleranza alle pause e il modo di scandire un discorso influenzano la sensazione di connessione; interazioni autistico-autistico spesso mostrano maggiore fluidità rispetto agli scambi misti.
  • Espressione emotiva: l’intensità o la modulazione emotiva possono essere diverse; l’assenza di segnali attesi non equivale all’assenza di esperienza emotiva.

Perché conta che la teoria sia proposta da persone autistiche

Il fatto che la teoria nasca da voci autistiche è centrale: offre una epistemologia dall’interno, cioè una conoscenza che parte dall’esperienza vissuta e non solo dall’osservazione esterna. Questo cambia le priorità della ricerca e delle pratiche: meno correzione dell’individuo e più accomodamento reciproco.

Smentire i luoghi comuni

Il luogo comune che “le persone autistiche non provano empatia” confonde modalità percettive ed espressive con l’assenza di emozioni. Le testimonianze e i dati emergenti mostrano che le emozioni sono presenti e spesso intense, ma possono non essere lette correttamente da chi ha aspettative neurotipiche. Ridurre l’autismo a un deficit empatico è una semplificazione, un pregiudizio che danneggia la qualità di vita delle persone autistiche, la loro educazione fin dall’infanzia e le relazioni nel corso della vita.

Conclusione e invito

Imparare a riconoscere stili diversi di empatia, adattare contesti comunicativi e dare spazio alle voci autistiche è una strada concreta per costruire relazioni più autentiche e promuovere una comprensione più profonda tra le persone anche quando sono molto diverse tra loro.

Dott.ssa Elena Borrini Psicologa Psicoterapeuta (immagine di copertina generata con Chatgpt)

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