L’abilismo interiorizzato nelle persone autistiche
L’abilismo interiorizzato nelle persone autistiche
L’abilismo interiorizzato nelle persone autistiche è l’assorbimento, spesso inconsapevole, di convinzioni neuronormative svalutanti verso la propria condizione. Nelle persone autistiche si manifesta come la tendenza a percepire i propri tratti comunicativi, sensoriali, cognitivi come difettosi, inadeguati, da correggere o da nascondere. Questo accade in un contesto che definisce la “normalità” come un punto di riferimento valoriale “positivo”, in contrasto con la disabilità che invece è vista in modo “negativo”. Quando questo modello viene interiorizzato, la persona autistica può arrivare a misurare se stessa attraverso parametri che non le appartengono.“Essere atipici è sbagliato”
Per decenni l’autismo è stato descritto solo come deficit, e questo linguaggio ha plasmato l’immaginario collettivo influenzando anche la percezione che le persone autistiche hanno di sé: la pressione a “comportarsi in modo tipico” genera un costante monitoraggio di sé nelle persone autistiche, che può tradursi in un auto‑giudizio estremamente severo. Commenti, correzioni, richiami (da parte di genitori, familiari e insegnanti) alla “buona educazione” alla “normalità”, alla “stranezza da contenere” costruiscono un senso di identità “difettosa”: interventi che puntano alla normalizzazione e alla soppressione dei comportamenti autistici possono rinforzare l’idea che ciò che è naturale per la persona in realtà sia sbagliato. Tutto questo dà origine a fenomeni come camouflage, masking, auto‑svalutazione cognitiva, sensi di colpa per come si è, ansia, senso di inadeguatezza, burnout autistico, ecc.“Bisogna neurotipicizzarsi per sopravvivere”
Una delle manifestazioni più complesse dell’abilismo interiorizzato nelle persone autistiche emerge quando la non‑accettazione della propria condizione si estende ai figli. In questi casi, la pressione interiorizzata a “performare neurotipicamente” si trasforma in rigidità normativa: ciò che è stato vissuto come “errore” e corretto con grande sacrificio dentro di sé, viene monitorato, corretto o contenuto anche nel figlio. La persona autistica, non riuscendo a legittimare la propria modalità di funzionamento, fatica a tollerarla quando la vede riflessa in chi ama. L’autismo dell’altro diventa uno specchio che rimanda alla parte di sé che ha imparato a giudicare duramente. Alcuni genitori autistici con figli autistici intervengono in modo rigido su comportamenti dei figli (stimming, routine, interessi intensi, modalità comunicative) perché li percepiscono come segnali di “devianza”, da correggere. Questo ipercontrollo è causato dalla paura che il figlio soffra lo stesso stigma vissuto in prima persona. La persona autistica con abilismo interiorizzato può convincersi che “insegnare la normalità” sia un atto di tutela. In realtà tenta di evitare il dolore al figlio replicando le stesse regole che lo hanno generato. Così, il bambino percepisce dolorosamente che alcune parti di sé sono “sbagliate” o “da nascondere”, e il genitore vive un estremo senso di fallimento, perché l’autismo del figlio riattiva la propria storia di non‑accettazione.Rinarrare l’autismo
Quanto detto è l’espressione di un sistema sociale in cui l’autismo è considerato un errore: quando questa narrazione non viene decostruita, diventa un filtro che attraversa le generazioni. Il punto non è semplicemente “accettare l’autismo”, ma riconoscere che la propria identità non è mai un errore da correggere.(immagine di copertina generata con Copilot)
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