Le persone più intelligenti sono meno felici?
Le persone più intelligenti sono meno felici?
Luoghi comuni sull’intelligenza
Esistono numerosi luoghi comuni sulla plusdotazione cognitiva: alcuni sopravvalutano il ruolo del successo, delle risorse cognitive, insinuando che se una persona è molto intelligente non può che avere una vita migliore di quella degli altri; altri invece attribuiscono all’intelligenza sopra la norma un’intrinseca condanna di infelicità, perché il plusdotato “si fa delle domande che gli altri non si fanno”, e chi è stupido è felice semplicemente perché non capisce la gravità di ciò che gli succede intorno. Lasciando ora i luoghi comuni da parte, esiste un famoso e interessante libro, “Troppo intelligenti per essere felici” di Jeanne Siaud Facchin, che tratta proprio di questa difficile relazione tra felicità e intelligenza: l’autrice problematizza la questione ma non giunge a una conclusione univoca.Cosa dicono le ricerche
Secondo studi recenti, non esiste un nesso lineare tra plusdotazione e felicità:- Pollet & Schnell (2017). Journal of Happiness Studies Studio su adulti intellettivamente gifted e high achievers: non risultano né sistematicamente più felici né più infelici della popolazione generale. La chiave non è il QI in sé, ma il senso di significato esistenziale e di coerenza di vita.
- Poirier et al. (2025). Gifted Child Quarterly Lavoro recente sul benessere di adulti plusdotati: gli autori sottolineano che oggi si tende a escludere un legame causale diretto tra giftedness e benessere; contano invece fattori individuali (strategie di coping, regolazione emotiva) e ambientali (supporto, riconoscimento, fit con il contesto).
La plusdotazione come amplificatore
La plusdotazione non rende automaticamente più felici né più infelici: amplifica possibilità, non garantisce esiti. Le “risorse mentali ricche” (capacità di analisi, pensiero complesso, immaginazione, pianificazione) possono:- Aumentare la capacità di problem solving nelle crisi di vita;
- Favorire la ricerca di significato, quindi la costruzione di narrazioni di sé più complesse e utili al proprio benessere;
- Sostenere la generatività (cioè il desiderio di lasciare un impatto, di contribuire a qualcosa di più grande) che è fortemente associata al benessere.
Consapevolezza esistenziale e sofferenza
Le persone plusdotate riferiscono spesso di sentirsi sopraffatte emotivamente da domande esistenziali fin da piccole, di soffrire di ansia per problemi globali (ecologia, economia, politica), di sentirsi diverse dagli altri (aliene), di faticare a trovare partner e amici con cui condividere la propria visione del mondo.Spesso non è solo plusdotazione
Una parte significativa delle persone ad alto potenziale non è semplicemente “molto intelligente”, ma presenta anche autismo e/o ADHD, ma questi tratti vengono frequentemente interpretati come caratteristiche della plusdotazione stessa. Le difficoltà emotive che emergono (ansia, oscillazioni dell’umore, burnout, ritiro sociale) vengono così attribuite all’“intensità” o alla “sensibilità” tipica dei gifted, anziché a un profilo neuropsicologico più complesso. Ricordiamoci che molte persone autistiche e ADHD, soprattutto donne, ricevono una diagnosi solo in età adulta. Prima di quel momento, i loro tratti vengono spesso letti come ansia, depressione, disturbi dell’umore o difficoltà relazionali. Questo porta a percorsi clinici frammentati, diagnosi parziali e trattamenti che non affrontano la radice del problema.Quando la felicità diventa possibile
Le persone plusdotate, autistiche e ADHD presentano differenze sul piano delle funzioni esecutive (l’insieme dei processi che permettono alla mente di organizzare, modulare e dirigere il proprio comportamento): l’autoregolazione emotiva, l’inibizione dei propri pensieri (ruminazione, pensieri ossessivi) e l’intenzionalità attentiva, sono differenti da quelle delle persone neurotipiche. La ricetta per la felicità delle persone plusdotate, autistiche e ADHD coincide spesso con il tentativo di esercitare un ipercontrollo sulla realtà (se stessi, relazioni, lavoro), portando così alla cronicizzazione di tensione emotiva, rigidità cognitive, trattenimento emotivo, meccanismi di difesa nel tentativo di proteggersi dalla sofferenza. Lasciarsi andare diventa estremamente difficile, spaventoso, e spesso le persone non sanno nemmeno come fare. Eppure la strada della felicità è proprio lì, quando iniziamo a mollare la presa sul controllo e iniziamo a respirare, a lasciare andare, a concederci di sbagliare, a imparare che possiamo fidarci della nostra capacità di affrontare le situazioni man mano che capiteranno invece di cercare di evitare o anticipare e controllare qualsiasi tipo di imprevisto.Dott.ssa Elena Borrini Psicologa Psicoterapeuta (immagine di copertina generata con Copilot)
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