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Perché il mio terapeuta non si è mai accorto che sono una persona autistica?

Perché il mio terapeuta non si è mai accorto che sono una persona autistica?

Molti terapeuti non sono formati e aggiornati sull’autismo

La formazione clinica tradizionale ha privilegiato per decenni il profilo autistico “classico” così descritto:
  • non verbale o poco verbale
  • ipersensibile ai suoni
  • difficoltà sociali evidenti
  • scarsa reciprocità nelle interazioni
  • interessi ristretti molto visibili
  • scarsa empatia
Questo ha prodotto un bias diagnostico: si riconosce solo ciò che somiglia a questo modello. Le persone autistiche con profili diversi, ad esempio:
  • alta competenza verbale
  • iperadattamento sensoriale
  • iperadattamento sociale (camouflage)
  • intelligenza sociale appresa tramite osservazione e studio
  • iperanaliticità relazionale
  • ipersensibilità emotiva
  • cooccorrenza di ADHD

non corrispondono al modello classico di autismo.

Il terapeuta deve quindi fare le domande giuste per indagare il funzionamento sottostante tali sovrastrutture.

Il setting terapeutico

Molte persone autistiche si sentono in difficoltà in situazioni con più di due persone, nei gruppi e nelle situazioni sociali (scuola, lavoro, sport, feste, ecc.) perché è necessario gestire più interlocutori contemporaneamente, decodificare segnali sociali rapidi e sovrapposti, adattarsi a contesti imprevedibili, sostenere interazioni non strutturate con persone che si conoscono poco. La relazione terapeutica invece è per definizione una relazione a due, protetta, guidata, prevedibile, lenta, con regole e ruoli chiari, turni di conversazione espliciti, ambiente tranquillo e non iperstimolante. Di conseguenza, molto spesso le persone autistiche si sentono a proprio agio nel contesto terapico e non manifestano disagio o difficoltà nella relazione terapeutica: le competenze sociali nel rapporto a due vengono così generalizzate a tutti i rapporti sociali perché il terapeuta interpreta la relazione terapeutica come “prova” del funzionamento sociale. Il camouflage autistico, inoltre, è una strategia cognitiva complessa: imitazione, compensazione, analisi del comportamento dell’altro, monitoraggio costante della propria espressione. Nel rapporto a due è sostenibile, ma in contesti con più persone invece collassa, perché aumenta la quantità di segnali da monitorare, la velocità e la variabilità delle interazioni, diminuisce la prevedibilità e aumenta il carico sensoriale.

Diagnosi mancata o tardiva

La mancanza di formazione specifica e aggiornata può ritardare o impedire la diagnosi di autismo soprattutto nei profili con iperadattamento, nelle donne, negli adulti e nelle persone che hanno sviluppato strategie di compensazione efficaci.
Dott.ssa Elena Borrini Psicologa Psicoterapeuta

(immagine di copertina generata con Copilot)

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