Perché la neurocomplessità rende obsolete le vecchie categorie
Perché la neurocomplessità rende obsolete le vecchie categorie
La clinica a compartimenti stagni è un’eredità che non regge più
La diagnosi differenziale nasce in un mondo che immaginava la mente come un archivio: cassetti ordinati, disturbi distinti, confini netti. Ma il neurofunzionamento è un ecosistema, e come tale è costituito dalle relazioni tra le sue parti.
Quando guardiamo una persona attraverso la lente della neurocomplessità, vediamo che:
- gli stessi circuiti di base possono generare manifestazioni diverse
- ciò che chiamiamo “sintomo” è spesso un adattamento
- le categorie diagnostiche sono mappe, non territori
- la co-occorrenza non è un’eccezione, è la norma
Le neuroatipicità non si escludono: si intrecciano. Non esiste un’unica forma, ma una costellazione di funzionamenti che si sovrappongono, si amplificano, si modulano a vicenda.
Il clinico che cerca di “scegliere” una diagnosi come se fosse un aut-aut (ad esempio tra un disturbo di personalità e un funzionamento autistico o adhd) sta usando un linguaggio che non descrive il mondo reale.
La diagnosi differenziale diventa inutile quando capiamo la radice comune
Se riconosciamo che:
- i pattern ripetitivi
- l’ipercontrollo
- la sensibilità sensoriale
- l’iperfocalizzazione
- la difficoltà nella regolazione emotiva
possono emergere da un funzionamento neuroatipico, allora la domanda non è più “Quale disturbo è?”. La domanda diventa:
Qual è il suo modo di funzionare?
Quali adattamenti ha costruito per sopravvivere?
La diagnosi differenziale, in questo quadro, è un esercizio sterile.
Qualche esempio: collezionare sistematicamente cose, fissarsi con un interesse speciale per mesi o anni, indossare solo vestiti con un certo colore, mangiare lo stesso cibo tutti i giorni, non sono aspetti patologici o sbagliati ma non sono nemmeno semplici “stranezze”: sono indicatori di un funzionamento neuroatipico.La clinica che serve oggi
Una clinica neuroaffermativa integra, ascolta, comprende.
E soprattutto:
- non patologizza ciò che è un funzionamento
- non confonde l’adattamento con il disturbo
- non usa le categorie come gabbie, ma come strumenti provvisori
- non pretende di ridurre la complessità a una diagnosi