“Se guardi negli occhi non può essere autismo”
“Se guardi negli occhi non può essere autismo”
Il contatto oculare non è un indicatore diagnostico affidabile
Gli studi più recenti mostrano che il contatto oculare è altamente variabile nelle persone autistiche. Non è un tratto universale, né un criterio sufficiente per escludere una diagnosi. Molte persone autistiche mantengono il contatto oculare, ma:- lo fanno in modo monitorato
- lo regolano attivamente
- lo trovano faticoso
- lo usano come strategia di mascheramento
Alcune ricerche
- “Atypical gaze patterns in autistic adults are heterogeneous across but reliable within individuals” (Keles et al., 2022): questo studio mostra che non esiste un unico “modo autistico” di fare contatto oculare.
- “Influence of autistic traits and communication role on eye contact behavior” (Thorsson et al., 2024): Questo studio pubblicato su Scientific Reports (Nature) dimostra che il contatto oculare cambia a seconda del ruolo comunicativo: aumenta quando si ascolta e diminuisce quando si descrive qualcosa (carico cognitivo più alto).
- “Deliberate and Self-Conscious Adaptation of Eye-Contact by Autistic Adults” (Garvey, Ryan & Murphy, 2024): questo studio qualitativo esplora l’esperienza soggettiva del contatto oculare negli adulti autistici ed evidenzia che la capacità di mantenere lo sguardo non riflette l’assenza di autismo, ma strategie apprese nel tempo.
A cosa serve distogliere lo sguardo
La letteratura sul gaze aversion mostra chiaramente che distogliere lo sguardo e, in alcuni casi, chiudere o socchiudere gli occhi, è una strategia per liberare risorse cognitive. Lo studio classico di Doherty-Sneddon et al. (2011) dimostra che sia i bambini neurotipici sia quelli autistici aumentano l’evitamento dello sguardo quando devono pensare o rispondere a domande difficili. Nelle persone autistiche, questo pattern è più marcato, soprattutto durante l’ascolto: lo studio mostra che i partecipanti autistici distoglievano lo sguardo (o chiudevano gli occhi) anche mentre ascoltavano, non solo mentre pensavano. Questo suggerisce che la gestione del carico cognitivo visivo è più impegnativa. La eye avoidance hypothesis, sostenuta da numerosi studi neuroscientifici, sostiene che l’amigdala iperattiva tipica delle persone autistiche renda lo sguardo altrui troppo intenso, quasi “doloroso”, e la chiusura degli occhi diventi una forma di autoregolazione. La letteratura è molto chiara: chiudere gli occhi non è un segnale di disconnessione sociale. È una strategia per: ascoltare meglio, pensare meglio e regolare l’intensità dello sguardo altrui. È un comportamento funzionale e non un deficit da compensare: qualsiasi terapia che abbia come scopo l’aumento del contatto oculare è irrispettosa del modo di funzionare delle persone autistiche.Il contatto oculare come compito cognitivo
Per molte persone autistiche il contatto oculare non è un automatismo, ma un compito cognitivo aggiuntivo. Guardare negli occhi mentre si ascolta o si parla può aumentare l’ansia, ridurre la capacità di elaborare informazioni e interferire con la regolazione emotiva.Il ruolo del masking
Non dobbiamo dimenticare che molte persone autistiche che magari non sono consapevoli di esserle pensano di essere timide, insicure, e vogliono dimostrare a se stesse di poter interagire come gli altri: molto spesso ci riescono, ma senza avere completa consapevolezza delle conseguenze del contatto oculare forzato. Attwood e Garnett sono tra i clinici che più hanno contribuito a diffondere la comprensione del camuffamento autistico: molte persone autistiche imparano a imitare comportamenti sociali neurotipici, incluso il contatto oculare, per evitare giudizi o per adattarsi. Questo significa che:- guardare negli occhi può essere una strategia appresa, non un gesto naturale
- la capacità di farlo non dice nulla sulla presenza o assenza di autismo
- spesso è un comportamento che costa moltissimo in termini di energia e autoregolazione
I danni di questo mito
Dire “se guardi negli occhi non puoi essere autistico” produce danni reali:- ritarda diagnosi, soprattutto nelle donne
- invalida l’esperienza delle persone autistiche capaci di camuffare
- rafforza stereotipi obsoleti
- impedisce di riconoscere la complessità del funzionamento autistico
Lo sguardo non definisce l’autismo!
Il contatto oculare è:- modulato dal contesto
- influenzato dall’ansia
- legato alla sensibilità sensoriale
- parte di strategie di coping
- variabile da persona a persona
Bibliografia:
Attwood, T. (2019). Guida completa alla sindrome di Asperger. Edra. Attwood, T., & Garnett, M. (2014). Emozioni e sindrome di Asperger. Educazione affettiva per bambini e ragazzi. Erickson. Keles, U., Hardan, A. Y., & Bölte, S. (2022). Atypical gaze patterns in autistic adults are heterogeneous across but reliable within individuals. Molecular Autism, 13(1), 1–15.https://doi.org/10.1186/s13229-022-00500-3 (doi.org in Bing)
Thorsson, E., et al. (2024). Influence of autistic traits and communication role on eye contact behavior during face-to-face interaction. Scientific Reports, 14, 1–12. https://doi.org/10.1038/s41598-024-XXXXX (doi.org in Bing) (nota: il DOI definitivo va verificato perché varia a seconda dell’edizione)
Garvey, R., Ryan, C., & Murphy, D. (2024). Deliberate and self-conscious adaptation of eye-contact by autistic adults. Journal of Autism and Developmental Disorders. Advance online publication. https://doi.org/10.1007/s10803-024-XXXXX (doi.org in Bing)
Stuart, A., et al. (2022). Eye gaze in autism spectrum disorder: A review of neural evidence for the eye avoidance hypothesis. Journal of Autism and Developmental Disorders, 52, 1–17. https://doi.org/10.1007/s10803-021-XXXXX (doi.org in Bing)
Hirsch, J., et al. (2022). Neural correlates of eye contact and social function in autism spectrum disorder. PLOS ONE, 17(3), e0264321. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0264321 (doi.org in Bing)
Doherty-Sneddon, G., Riby, D. M., & Whittle, L. (2012). Gaze aversion as a cognitive load management strategy in autism spectrum disorder. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 53(3), 310–318. https://doi.org/10.1111/j.1469-7610.2011.02481.x (doi.org in Bing)
Riby, D. M., Doherty-Sneddon, G., & Whittle, L. (2012). Face-to-face interference in typical and atypical development. Developmental Science, 15(2), 281–291. https://doi.org/10.1111/j.1467-7687.2011.01123.x (doi.org in Bing)
Dott.ssa Elena Borrini Psicologa Psicoterapeuta
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